
La polemica sulla giacca Adidas, la French Concession di Shanghai e il nuovo dibattito sull’identità culturale cinese
C’è una giacca che ha fatto impazzire internet. E c’è un quartiere di Shanghai che alcuni vogliono smettere di chiamare con il suo nome storico.
A prima vista sembrano due storie scollegate, ma in realtà raccontano la stessa cosa: una Cina in cui il dibattito sull’identità culturale, la memoria storica e l’autenticità sta diventando sempre più visibile, emotivo e… facilmente semplificabile online.
Partiamo dalla giacca.
La Adidas “Tang jacket”*, creata per il Capodanno cinese 2025, è stata inizialmente venduta solo in Cina ed è diventata rapidamente un oggetto di culto globale. Sold out nelle principali città cinesi, ha poi iniziato a circolare ovunque tra TikTok, Instagram e ad essere rivenduta a prezzi folli sulle piattaforme di resell.
E poi, inevitabilmente, è arrivata la polemica.
Alcuni creator online hanno costruito video attorno a questa tesi: i cinesi odierebbero quella giacca, perché richiamerebbe l‘invasione mancese del 1644, quando la dinastia Qing impose agli Han abiti e acconciature estranee come segno di sottomissione. Secondo questa interpretazione, elementi come la giacca 马褂 mǎguà (sarebbe questo il nome corretto, non “Tang”), i bottoni 盘扣 pánkòu e i capelli raccolti in una treccia non sarebbero simboli di tradizione, ma di umiliazione storica.
È una narrativa che suona sofisticata.
Dà l’impressione di svelare una verità nascosta sulla Cina.
Ma, a mio avviso è anche, per molti aspetti, profondamente fuorviante.
La narrativa fuorviante
Partiamo da alcuni fatti. La giacca è nata per il mercato cinese: l team di design Adidas coinvolto nel progetto è basato a Shanghai. La collezione è stata venduta inizialmente solo in Cina e in pochi mercati asiatici, ed è andata sold out nelle principali città cinesi prima ancora di arrivare in Europa. Compare ai matrimoni, al Capodanno, nella moda 新中式 xīn zhōngshì — il “nuovo stile cinese” — che sta vivendo una rinascita autentica tra i giovani cinesi.
Alcuni di questi creator aggiungono un secondo argomento: la giacca piace soprattutto agli occidentali, insinuando implicitamente l’idea che molti consumatori stranieri non capiscano davvero la Cina e di certo non ne colgano le complessità storiche e politiche. Il loro entusiasmo per questa giacca ne sarebbe la prova.
Qui però la logica inizia a incrinarsi.
Se la giacca fosse davvero percepita come offensiva dai cinesi, come si spiegano i negozi sold out in Cina, la popolarità su Xiaohongshu, il fatto che Adidas abbia registrato una crescita proprio nel mercato domestico cinese? O quella indignazione rappresenta una posizione molto più limitata di quanto venga fatto intuire online, oppure dovremmo sostenere che i consumatori cinesi abbiano comprato in massa qualcosa che li offende, il che non torna.
L’argomento che la 马褂 mǎguà sia “in realtà mancese, non cinese” è storicamente corretto ma culturalmente semplicistico.
La cultura cinese non è mai stata monoliticamente Han.
È il risultato di secoli di scambi, conflitti, assimilazioni, convivenze e contaminazioni tra decine di gruppi etnici e tradizioni regionali. Molti elementi che oggi percepiamo come “tradizionalmente cinesi” sono emersi proprio attraverso questi processi storici stratificati.
Ridurre tutte queste sfaccettature a una singola narrativa di trauma storico appiattisce una realtà culturale enormemente più articolata.
Adidas, peraltro, non ha mai sostenuto di aver ricreato un abito Han tradizionale. La giacca è chiaramente una reinterpretazione contemporanea di elementi estetici che oggi fanno parte della cultura visuale cinese nel suo insieme. Una cultura plurale, e in continua evoluzione. Il fatto che sia poi diventata virale in Occidente è un’altra storia, e non invalida il punto di partenza.
Il secondo dibattito: come si chiama un quartiere?
La giacca Adidas è un dibattito su un prodotto. Quello che sta succedendo attorno alla “Former French Concession” (FFC) di Shanghai è invece un dibattito sul linguaggio. È forse ancora più interessante, perché mostra come le questioni identitarie si stiano spostando dal tangibile al simbolico.
La French Concession esiste dal 1849, quando la Francia ottenne dalla Cina, attraverso i trattati ineguali che seguirono la Prima Guerra dell’Oppio, il controllo amministrativo di un’area nel cuore di Shanghai. La concessione sarebbe durata formalmente fino al 1943. Oggi quella zona, compresa tra Xuhui e la parte occidentale di Huangpu, è uno dei quartieri più desiderabili della città: viali alberati, architettura Art Déco, caffetterie, ristoranti alla moda e degli immobili più costosi di Shanghai. È il quartiere dove la borghesia urbana shanghainese ama vivere, passeggiare, fotografarsi.
È anche un luogo che alcune persone online iniziano a non voler più definire attraverso il suo nome coloniale.
La critica è comprensibile nella sua logica: “French Concession” non è un termine neutrale: richiama direttamente una fase di semi-colonialismo e sovranità diseguale.
Negli ultimi anni le discussioni attorno a questa terminologia sono diventate più visibili online.
Ma anche qui la complessità è più interessante della polemica.
Il primo elemento è pratico: la maggior parte degli shanghainesi non chiama quel quartiere né “Former French Concession” né 法租界 Fǎ zūjiè (che in cinese significa letteralmente “concessione francese”). Identificano semplicemente la zona attraverso le sue strade e i suoi quartieri: Wukang Road, Huaihai Road, Fuxing Road. Il nome coloniale è usato prevalentemente da turisti, expat e guide in inglese. Non è che dia fastidio a tutti: molti semplicemente non lo usano, e non lo considerano parte del loro lessico quotidiano.
In secondo luogo, la realtà storica stessa è molto più stratificata di quanto suggeriscano alcune narrative. Nonostante il nome, relativamente pochi francesi vivevano davvero nell’area. Il quartiere ospitava una popolazione estremamente mista: residenti cinesi, russi, britannici, americani e dissidenti politici.
E fu proprio all’interno della French Concession che nel 1921 che si tenne il Primo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese. I rivoluzionari preferivano operare sotto legge straniera, considerata più sicura rispetto alle zone sotto giurisdizione cinese.
La storia di rado si adatta perfettamente alle narrative identitarie.
E questo porta alla domanda più interessante di tutte:
Come si dà il nome a un luogo che, nel tempo, è diventato qualcosa di radicalmente diverso dalla sua origine?
Shanghai deve una parte consistente della sua identità — architettonica, culturale, gastronomica — proprio a quel periodo di ibridazione forzata. Riconoscerlo non significa celebrare il colonialismo. Ma fingere che la città possa essere compresa senza questa stratificazione rischia di trasformare la storia in qualcosa di più semplice, e meno vero.
La domanda giusta non è “quel nome va bene oppure no?”, ma:
Chi ha il diritto di decidere come luoghi, simboli e memorie debbano essere ricordati?
È una domanda aperta, e per questo vale la pena farla.
La complessità non fa views. La semplificazione sì.
Lo strato più profondo: patrimonio culturale e unità nazionale
Il contesto politico e culturale dietro questi dibattiti è impossibile da ignorare.
Negli ultimi anni la Cina ha investito molto nella valorizzazione del patrimonio culturale immateriale, dell’artigianato tradizionale, delle estetiche regionali, dei revival storici, e di una nuova fiducia culturale nazionale.
Allo stesso tempo, però, il Paese si sta muovendo anche verso narrative sempre più forti di unità culturale nazionale.
Nel marzo 2026 il Parlamento cinese ha approvato la Legge per la Promozione dell’Unità e del Progresso Etnico, che entrerà in vigore a luglio. Ufficialmente, la legge viene presentata come uno strumento per rafforzare la coesione nazionale, l’integrazione economica e la modernizzazione condivisa tra i 56 gruppi etnici del Paese.
Il portavoce del Congresso Lou Qinjian ha dichiarato che la legge garantirà che le regioni etniche siano sostenute nell’integrarsi più rapidamente con lo sviluppo complessivo del Paese, e che l’unità etnica e i diritti legittimi di tutte le etnie siano meglio tutelati. La cornice è quella della modernizzazione condivisa: la Cina deve raggiungere i suoi obiettivi economici entro il 2035, e nessuna regione, nessuna comunità, può restare indietro.
Secondo la narrativa governativa, l’obiettivo è promuovere unità rispettando le differenze.
Secondo diversi critici e analisti, però, la legge rifletterebbe una visione sempre più Han-centrica (Han è l’etnia maggioritaria in Cina) dell’identità nazionale e potrebbe marginalizzare ulteriormente lingue e autonomie culturali delle minoranze.
Ed è qui che il discorso diventa davvero complesso.
Da un lato esiste un desiderio reale di coesione nazionale e identità condivisa. Dall’altro cresce la preoccupazione per ciò che rischia di andare perso quando l’unità viene privilegiata rispetto alla pluralità.
Quanto il discorso online sia influenzato spontaneamente dalla società, dagli algoritmi, dal nazionalismo o dal clima politico contemporaneo è impossibile da misurare con precisione.
Molto probabilmente tutte queste forze convivono simultaneamente.
Conclusione
La giacca Adidas è un prodotto di moda. Non è un crimine culturale, né un manifesto politico. È il risultato di un’ibridazione — quella tra tradizione e contemporaneità, tra locale e globale — che ha sempre caratterizzato la moda, e la cultura in senso largo.
Quello che diventa interessante per me non è la giacca in sé, ma il tipo di conversazione che le è stata costruita attorno.
Chi decide cosa è “autenticamente cinese”?
Quali narrative storiche diventano dominanti?
Quali identità vengono messe al centro e quali diventano invisibili?
La prossima volta che qualcuno di noi tenterà di spiegare con sicurezza “cosa pensano davvero i cinesi”, forse vale la pena fermarsi un secondo.
La Cina contiene 1,4 miliardi di persone, 56 gruppi etnici riconosciuti e secoli di storie sovrapposte, e una storia lunga abbastanza da contenere ogni contraddizione.
La visione dei cinesi non si riduce a una giacca.
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